Storia

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Paesaggio

Il comune di S. Cristina (1428 m) si trova al centro della Val Gardena e comprende un territorio di 31,83 kmq. Di questo, solo una minima parte è abitabile, mentre le zone restanti sono terreno incolto. A nord si trovano le punte delle Odle, composte da roccia dolomitica, una scogliera corallina emersa dal fondo del mare Teti, la parte meridionale è chiusa invece dal gruppo del Sassolungo, il simbolo di tutta la valle. Il colore grigio chiaro dei massicci montuosi confina con il tenue verde dei pascoli alpini, dell’alpe di Mastlé e di Cisles, di Mont Sëura e Cendevaves. Il contrasto tra i diversi elementi della natura caratterizza la bellezza unica del paesaggio gardenese. Questi monti, definiti 200 anni fa come “orribile roccia calcarea”, nel 2009 sono diventati patrimonio naturale mondiale dell’UNESCO. Oggi S. Cristina è un luogo turistico molto frequentato, e di conseguenza il fondovalle negli ultimi decenni ha visto aumentare esponenzialmente la concentrazione di edifici in funzione del turismo: alberghi, pensioni e caffè sono addossati uno sull’altro, dando una forma allungata all’insediamento. Il lato esposto a sud, che è contemporaneamente meno ripido, è stato edificato più densamente del lato che si trova all’ombra. I masi di Ulëta, Praulëta, Runcaudié, Praplan e Insom si incuneano profondamente nella cinta boscosa che racchiude l’insediamento. I segni del diboscamento testimoniano le lotte secolari degli abitanti, che cercavano di strappare del prezioso terreno agricolo al bosco. Per secoli il maso isolato ha caratterizzato la tipica immagine dell’insediamento abitativo, e infatti per moltissimo tempo la comunità era composta quasi esclusivamente da contadini. I masi e campi ancor oggi visibili ed abitati, che invasero e spinsero più in alto l’area boschiva, sono il frutto dell’espansione degli insediamenti risalenti all’alto medioevo.

Storia dell'insediamento

Benché vi siano dei ritrovamenti di epoca preistorica e toponimi di origine preromana, che indicano almeno per alcuni singoli punti un antichissima frequentazione della Val Gardena, una vera e propria continuità insediativa sembra esserci stata solo a partire dall’alto medioevo (XI-XII secolo). Il nome Gardena è attestato per la prima volta nel documento di una donazione da parte del conte Ottone di Andechs all’abbazia di Frisinga, risalente all’anno 999. La prima registrazione di questo toponimo si colloca nel periodo in cui i signori feudali, sia laici che ecclesiastici, iniziarono a rendere coltivabile la valle. Le abbazie di Frisinga e Augusta erano interessate al diboscamento e alla bonifica dei terreni finora rimasti incolti, anche perché i nuovi masi rimanevano in loro possesso; inoltre, ricevevano annualmente un tributo dai coloni per la concessione del diritto di fruizione. La maggioranza dei nuovi abitanti era di origine ladina e proveniva probabilmente dal lato orientale della Val d’Isarco, in cui si parlava ancora questa lingua romanza. L’estensione del terreno coltivabile venne progressivamente aumentata per mezzo di boscamenti, e secondo l’uso dell’alto medioevo nelle nuove aree si creavano delle fattorie isolate. Questi masi autosufficienti e basati sull’autosostentamento per mezzo della produzione cerealicola potevano essere fondati fino al limite altitudinale della coltivazione del grano, senza però superarlo.

La prima attestazione di S. Cristina si trova in un documento del 1277, in cui si parla di un “Huba ad Sanctam Cristinam” (maso presso Santa Cristina). Ma i singoli masi sono già attestati in precedenza. Già nel 1166, infatti, il ministeriale Burchard di Fié donò al monastero di Novacella “due armentare ed un ovile” (due malghe e un ovile). Di questi, oggi esiste solo il maso Ulëta, che si è sviluppato dall’ovile. La malga era il tipo di insediamento tradizionale in montagna. Infatti, laddove il clima rigido non permetteva l’agricoltura, ci si concentrava sull’allevamento di bestiame, e le pecore erano particolarmente capaci di adattarsi alle avversità del tempo. Il malgaro solitamente doveva cedere al signore delle sue terre 300 forme di formaggio all’anno. Un tempo in Val Gardena esistevano una ventina di queste malghe specializzate nell’allevamento. La colonizzazione di questa zona procedette da ovest verso est, e dall’alto verso il basso. Nel XIII secolo abbiamo notizia della fondazione di sei masi (Pescosta, Puntea, Coi e Nuova Coi, Prasquel e il già citato “Huba ad Sanctam Cristinam”), la maggioranza dei quali erano possesso del conte Mainardo II del Tirolo, che riuscì a aumentare i possedimenti e l’influenza della sua famiglia. Il secolo successivo, invece, vide la creazione di nove masi (la malga Zivarge, Brida, Lagromedia, Praulëta, Mestegros, Mez, Puzé, Curijel, Crëpa), concentrati soprattutto nella zona di Plesdinaz. Nel ’400, infine, il numero dei masi esistenti crebbe notevolmente, poiché ne furono creati una trentina, soprattutto nel fondovalle che era stato reso coltivabile. Nei secoli seguenti la rapida crescita della popolazione portò a una frammentazione dei singoli masi, cosicché spesso la parte ereditata non bastava per garantire il sostentamento di un’intera famiglia contadina. Per questo motivo le attività secondarie e l’emigrazione divennero ben presto inevitabili per la sopravvivenza della popolazione.

Lo sviluppo dell’insediamento nella seconda metà del XIX secolo

Nella seconda metà dell’800 S. Cristina era un paese contadino come tanti altri in Tirolo. Nel 1860 le case si trovavano “tra i campi scoscesi e i pendii, cui si accede attraversando dei ripidi pendii”. Il paesaggio era caratterizzato dal maso isolato costituito da due edifici: l’abitazione vera e propria, solitamente in muratura, era fiancheggiata da un fabbricato rurale di legno. La vita di numerose generazioni consisteva nella spola tra casa e stalla. La casa era composta da una cucina, una stube e alcune camere, il secondo edificio invece era diviso tra stalla, granaio e fienile. I tetti erano costruiti con scandole di legno di larice, poiché solo dopo la seconda guerra mondiale si passò alle tegole e alle lastre di Eternit. Alcuni viaggiatori attorno alla metà dell’800 lodano la “pulizia” di queste case, la quale comunque non poteva mascherare la povertà dei suoi abitanti. Uno di questi primi viaggiatori fu Johann Jakob Staffler, il quale visitò la valle già negli anni ’40 del XIX secolo. Secondo quanto ci riporta, il paese contava allora circa 800 abitanti, suddivisi su 200 famiglie. Vi erano attorno alle 112 case, e inoltre erano presenti “una propria scuola, un chirurgo e una locanda sotto la chiesa.”

La chiesa del paese, sede di curazia, dominava l’immagine del paese con la sua torre che si ergeva con la punta verso il cielo. A causa della sua posizione su un’altura “e poiché è coperta dal colle Triek, già più di un viaggiatore è passato dal paese senza notare la chiesa”, riferisce Vian. Altro edificio importante è il Castel Gardena (in tedesco Fischburg, ossia “castello dei pesci”). La sua fondazione risale al 1622, quando il castel Selva all’inizio di Vallunga fu distrutto da un fulmine o da una frana, e fu opera del conte Engelhard Theodor di Wolkenstein. Si narrava che un tempo nei paraggi vi sarebbero stati alcuni stagni popolati da pesci, che avrebbero dato il nome al nuovo castello. La sua costruzione fu ultimata nel 1641, e un secolo dopo (1750) la rocca fu restaurata. Fino al 1838 il castello venne utilizzato come residenza estiva della famiglia Wolkenstein e come dimora dell’amministratore della giurisdizione. All’interno dell’edificio vi era una cappella dedicata a San Cassiano, dove si poteva celebrare la messa su un altare mobile, in particolare il 13 agosto, giorno del santo patrono della cappella. In quell’occasione il curato di S. Cristina si recava al castello, celebrava la messa e poi pranzava assieme alla famiglia dei conti.

Dopo che la giurisdizione fu abolita nel 1828 e le sue funzioni furono avocate a sé dall’amministrazione statale, il conte Leopoldo di Wolkenstein donò il piccolo castello nel 1843 ai comuni di S. Cristina e Selva, che lo utilizzarono come ospizio per i poveri e gli anziani. Tuttavia “il castello pieno di sporcizia e del tutto in rovina” non era il posto più adatto per le persone di salute cagionevole. Infatti nel 1890 si riporta che:

La cappella del castello con le sue belle stuccature viene usata come stanza da letto, l’altare ne è stato rimosso e si trova in un’altra stanza usata come camera da letto e soggiorno, le scale della cantina e dei piani inferiori sono piene di spazzatura e in parte anche crollate, i tetti di tegole sono pieni di buchi etc. ed è davvero triste che il comune non faccia proprio niente per questo edificio, che è così importante come ospizio per i poveri.

A quanto pare, l’edificio era “completamente in rovina” ed erano necessari “nervi saldi per visitarlo”. Il comune però non aveva i mezzi per il restauro, e solo dopo una raccolta fondi durata diversi anni si riuscì a costruire nel 1871 un nuovo ospedale presso la chiesa. In questo caso il materiale veniva fornito dal comune, mentre la popolazione offriva il proprio lavoro gratuitamente; fu soprattutto il curato Martin Runggaldier a mettersi in luce per il suo impegno. Si raccontava che durante le confessioni sarebbe addirittura uscito dal confessionale per accertarsi che i lavori procedessero senza problemi, e di notte si sarebbe aggirato furtivamente attorno al cantiere con un metro per controllare che tutte le misure fossero state rispettate. Il termine ‘ospedale’ comunque all’epoca rivestiva un altro significato rispetto ad oggi: infatti, non si trattava tanto di un luogo in cui venivano fornite cure mediche, bensì di un’istituzione di assistenza in cui ci si prendeva cura dei membri della comunità che erano malati cronici, poveri, anziani o malati di mente. Il 6 agosto 1877 la cura dei malati venne assunta dalle Sorelle Caritatevoli. Il fondo comunale per i poveri non era comunque molto dotato, poiché attorno al 1890 consisteva di 266,08 fiorini provenienti dalla fondazione Mahlknecht e da altre offerte, e ciò bastava a mala pena per l’assistenza minima ai paesani più poveri. Vian, infatti, scrive: “In Val Gardena, come dappertutto, vi sono molti poveri per o contro la loro volontà, i quali devono bussare alla porta altrui o scelgono volontariamente di farlo per evitare di lavorare, in particolare a S. Cristina e a Selva.” Nel 1973, infine, l’ospedale venne trasformato in scuola media, mentre il Castel Gardena fu acquistato nel 1926 dal barone veneziano Carlo Franchetti.

Un altro edificio imponente era la casa al ‘Col dala Pelda’. Era stata fatta costruire nel 1640 da due signorine nubili della famiglia Wolkenstein, che vi avevano abitato fino alla loro morte. In seguito quest’edificio veniva usato come sede della giurisdizione. Sul lato orientale della casa, su un piccolo colle (‘Col dala Forcia’, ossia colle della forca), si trovava una forca in muratura. La piccola giurisdizione di Selva, che amministrò la parte interna della valle dal 1200 circa al 1824, godeva anche dell’alta giurisdizione sui crimini di sangue. I colpevoli venivano messi alla gogna in piazza Dosses, e lì erano esposti agli insulti degli abitanti (la gogna fu in uso fino a poco prima del 1800), in caso di reato grave invece venivano impiccati sul Col dala Forcia. Secondo alcune fonti i resti della forca erano visibili ancora nel 1860, e le persone anziane si recavano in quel luogo con un senso di inquietudine. A differenza di Selva, il comune di S. Cristina si trovava dal 1200 circa nella giurisdizione di Gudon, e nel 1828 passò nel distretto di Castelrotto.

A quanto pare, nel decennio intercorso tra il 1880 e il 1890 nel comune furono costruiti solo tre edifici. In generale, le nuove costruzioni venivano a trovarsi nei pressi della chiesa. In quella zona vi erano già la vecchia casa del sacrestano, la canonica costruita nel 1550 (ingrandita nel 1902), la sede del comune e della scuola, edificata nel 1834/35, e la osteria presso Dëur. Proseguendo per un quarto d’ora in direzione nordest si giungeva al gruppo di case di Dosses con una seconda osteria, dove il 3 giugno si teneva annualmente la fiera del bestiame. Nel 1912 si iniziò a costruire in quella zona un nuovo edificio per la scuola, più ampio, che venne ultimato solo dopo la prima guerra mondiale. L’amministrazione comunale, invece, rimase ancora a lungo nella vecchia casa sulla piazza della chiesa, e solo in occasione dei mondiali di sci del 1970 fu costruito il nuovo municipio.

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